VENEZIA CINEMA: SCOLA PREMIA REGISTA AFRICANO SENZA DISTRIBUTORI

(AGI) - Venezia, 4 set. - Sara’ il regista Mahamat Saleh-Haroun, originario del Ciad, eclettico e geniale nel raccontare la “sua” Africa mediante storie che spaziano attraverso tutti i generi cinematografici, a ricevere martedi’ prossimo il “Premio Robert Bresson” dal patriarca di Venezia, card. Angelo Scola. Ne da’ notizia, sull’Osservatore Romano, don Dario Vigano’, presidente della Fondazione “Ente dello Spettacolo”, che fa capo alla Cei e promuove l’iniziativa con i Pontifici Consigli della Cultura e della Comunicazione. “Il sistema distributivo italiano - denuncia l’articolo - non e’ stato clemente con questo autore, osannato dalla critica ma poco conosciuto dal grande pubblico. Nelle nostre sale non c’e’ spazio per i vasti e dolenti panorami africani”. “La fame e la paura - infatti - non incassano mai al botteghino”.

Giunto alla sua undicesima edizione, il “Bresson” si pone come segnale di attenzione verso i registi impegnati nella ricerca del significato spirituale della vita. Negli anni scorsi il premio era andato a Giuseppe Tornatore, Wim Wenders, Zhang Yuan, Aleksandr Sokurov e Walter Salles. “La scelta - spiega don Vigano’ - e’ caduta quest’anno su Saleh-Haroun perche’ ha saputo rendere l’impegno sociale per il ‘continente nero’ la sua cifra stilistica: l’artista registra con la sua macchina da presa la realta’ di un Paese scosso da troppe guerre, mortificato da cataclismi e piaghe sociali, ma ancora in grado di volgere gli occhi al cielo e di continuare a sperare un domani migliore”. Don Vigano’ sottolinea che “il modo con cui il registra inquadra gli occhi dei suoi attori” oltre “a togliere il fiato” ha fatto conquistare al regista del Ciad “anche il Premio la Navicella della Fondazione Ente dello Spettacolo”. A conferma del talento di Saleh-Haroun, il presidente dell’Ente dello Spettacolo cita l’interesse suscitato al Festival di Cannes da “Un homme qui crie”, vincitore del Premio della Giuria: un film che prende spunto dal “grido di dolore” senza tempo lanciato nel 1939 del poeta martinicano Aime’ Ce’saire nel suo “Cahiers d’un retour au pays natal”. La pellicola, sottolinea Vigano’, “parla della guerra anche se in scena non ci sono fucili ne’ carri armati. E’ il ritratto di un mondo sul baratro dell’autodistruzione, che ha impresso sulla pelle il segno lasciato nel profondo del cuore da ogni conflitto; la ferita, difficilmente rimarginabile, causata da anni di ingiustizie e violazioni dei diritti umani. Una geografia delle anime che si intreccia con quella del Paese africano, reso irriconoscibile da dieci anni di guerra civile”. “Quest’anno - conclude l’articolo - il ‘Premio Bresson’ non viene assegnato a un film, ma all’intera opera di un regista che con coraggio urla agli spettatori, attraverso le sue immagini, di smettere di guardare e iniziare a comprendere, criticare e lottare e chiede agli africani di imparare la consapevolezza: nessuno e’ un’isola, per andare avanti si deve restare uniti”. (AGI) Siz